SENTIERI E PELLEGRINI CLAUDIO PIERONI AD AMELIA NEL RIPENSARE A SZEEMANN AD ASCONA E AD HOET A GAND.

ricordando Umbro Battaglini e Franco Maroni

Da Fossato di Vico ad Amelia ecco che Spoleto e Foligno ci guardano in disincanto per il tutto di già deciso e risolto che vede poi nella Perugia di Burri e Beuys la propria intimità assunta nel cielo dell’Avanguardia ché - il resto - è stata la Neoavanguardia: per dire - zittite le parole - che l’Umbria è francescanamente innovativa e dolce, benedettina e domenicana nel suo misterioso essere nell’icona del Tempietto del Clitunno. Che ci si interroghi con interventi d’arte in spazi vissuti, l’Umbria lo insegna. Giovanni Carandente e il 1962 sono nel fuori dell’intera Spoleto: “Sculture in città” – e il quanto visto e riletto da Ugo Mulas ne dice e dimostra di come nel tempo non possa che esistere che il continuum di un atto persistente -; e dunque si vedono Lanfranco Radi e Giuseppe Marchiori dentro il Palazzo Trinci – con Lucio Fontana ed Ettore Colla & gli Altri - a Foligno nel 1967 per la pierfrancescana: “Lo Spazio dell’Immagine” – e rimando ai testi di Italo Tomassoni e indico: “Accademia 05. Un Album di Esercizi”, L’Aquila 2006 - ; così ancora lungo gli anni ecco nella cittadella della peruginesca Rocca Paolina, Italo Tamassoni il 3 aprile del 1980 introduceva il silenzio e la parola di Burri e Beuys – che due giorni prima Lucio Amelio a Napoli aveva fatto incontrare con Warhol: a sua volta che il 2 di quel sempre di aprile riuscì ad incontrare Papa Giovanni Paolo II – e il prossimo anno, nel 2019, al Braccio di Carlo Magno a ridosso della berniniana Piazza San Pietro (dove proprio avvenne l’incontro in quel Mercoledì delle Udienze) vedremo una sicuramente affascinante mostra di Andy Warhol e il Sacro – .

Nel sacro ecco la storia si dimostra in quel che si è visto in un rivivere duchampiano il Perugino con l’opera di Carlo Dell’Amico che sancì la Rassegna del 2013 ad inanellare in quel di Corciano i decenni accumulati di una delle più longeve Rassegne di Interventi d’Arte, per la cura di Massimo Duranti e Antonio Carlo Ponti ai quali a Corciano si deve la cura di una teosofica mostra di Bruno Ceccobelli che recentemente è stato impegnato nella reinterpretazione del magistero di Papa Benedetto XVI con il volume proposto a Perugia, in inspirata arte editoriale, da Fabrizio Fabbri e dalla Ars Illuminandi: “Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’infinito” - ed è a Bruno Ceccobelli che, da quell’eremitaggio di Torre di colli attorno a Todi, si deve la testimonianza, che ora in Amelia assolve ad aderenza tematica, di quell’ultimo gesto generazionale nella Roma della Neoavanguardia con la esperienza della “La Stanza”. Così in Umbria sarà - tra attualità e futuro - da seguire con partecipata attenzione il quanto Bruno Toscano ha sapientemente visto e dettato lungo le strade e i pendii dei Martani: “Ateliers dei Monti Martani”, per la felice organizzazione di Piero Zannori e Leda Cardillo Violati – a Presidenza della “Associazione di Valorizzazione del Patrimonio Storico di San Gemini” - tra i cui importanti artisti invitati in Esposizione, ecco ora ci si sofferma con le vetrate di un saporoso pastello ad olio che Cesare Mirabella ha elencato – oltre che a Sangemini anche nella mostra “Raccontare il sacro”, per le pareti della Galleria d’Arte Contemporanea in Pro Civitate Christiana ad Assisi, in questo appena increspato 2018 -.

Un antico salmodiare l’Umbria ci regala del vissuto argomentato in contesto estetico artistico sull’incontro degli artisti con le proprie memorie e le proprie virtù redente nella plurale disposizione - da parte degli artisti nelle proprie artistiche ricerche - fino al concepire dell’arte il proprio significato quale anche di un etico sguardo nella storia in quanto epica del vedere che poi religiosamente si dispone – l’arte e l’artista che l’arte pratica nel proprio ricercare - a sgranare visioni mistiche ed ancora ad elargire sazie spiritualità in stagioni ora accumulate e dimenticate, ora stagioni ripensate e leggere a rivivere nei cuori docili di chi artista non aspira ad alcuna sedia – fosse magari quella di Joseph Kosuth – o ad alcuna poltrona – quella chissà magari di Giorgio de Chirico – e che remingo sbanca le sue ore - quel medesimo artista - al centro della sala in un Bar silenzioso ai rumori del mondo e lontanissimo così dalla E45 come dall’Autostrada. Quando tra Urbino e Fossato di Vico l’indimenticato Paolo Volponi “scendeva a Roma” e tra Bus e Taxi conquistava - e perdeva e trovava - la sua “coincidenza” di Treno, le “Porte dell’Appennino” erano una poesia che ci si ripeteva a memoria, nella prima cartonata edizione Feltrinelli, tra il 1955 e il 1959/’60. Nel viario esistenziale del rigirarsi tra Roma e Firenze e Siena e Assisi, a forza di ripassare – di qua e di là dai Martani e dal Subasio -, nel corso degli anni ben si è compreso come Terni fosse il terminale (ovvero, un inizio spurio ) del Nera che ci conduceva, o a cui si giungeva, alla verità di Visso: la antica e suggestiva e coinvolgente Capitale del Regno dei Sibillini. In quel borgho del Fossato di Vico sulla soglia degli incastri tra Marche e Umbria guardando alla Toscana – nella senese San Quirico d’Orcia con Mario Guidotti, che era amico di Lidio Bozzini, avevo curato “Forme nel verde” e si è trattato di una promotrice manifestazione risolta ai temi dell’abitare in uno splendido Giardino da laicizzato Cantico dei Cantici -, una sequenza di opere di artisti in piazzette e vicoli e cortili e case e cantine han declinato “Artisti a Fossato di Vico” quale manifestazione d’arte che i suoi cinque anni si son raccolti in cinque cataloghi che la Electa e Protagon hanno benissimo edito dal 1991 - con “ Incrocio/ Incontro”- al 1995 - “Esodo/Pellegrinaggio. Carlo dell’Amico” – passando dalla “Natura” al “Laboratorio”: insieme con Antonio Pieretti e Giuseppina Bonerba ed Enzo e Marco Storelli, Angelo Andreotti, Barbara Vinciguerra e Toni Toniato, Vincenzo Perna, Sergio Quinzio e Walter Veltroni e Michele Amadò e quanti altri artisti e studiosi a legare gli interventi d’arte dentro temi e luoghi che fecero di Fossato di Vico uno spazio di tempi di una stagione a venire. Ed altresì all’interno di quell’esperienza, tra Marche Umbria e Toscana, ecco si aspirò alla presunzione di un “sunto”, nel dittico di numeri di una Rivista, “Iconostasi. Stagioni e Territori dell’Arte”, tra il 1992 e il 1995 svolgendo in semestri le attese di un sono dilatato fino al suo svanire. Questa rivista ha provato ad affrontare alcuni temi sulla coincidenza di problematiche di Neoavanguardie con il Sacro e la riflessione filosofico teologica dei decenni Settanta / Ottanta in quei colli di calendari trascorsi appena – si tracciarono sentieri “non interrotti” tra Florenskij e Beuys, Chiusano e Toniato, Valentini e Sr. Maria Donadeo e Carlo Battaglia ed Eliseo Mattiacci, Massimo Kaufmann e Fabio Mauri, Concetto Pozzati e Claudio Palmieri, Domenico Bianchi e poi Stefano Di Stasio. Con Stefano Di Stasio si ha a Terni un impegnativo lavoro, chiamato da mons. Vincenzo Paglia, al riguardo delle storie del martirio francescano nella chiesa dedicata a Maria della Pace, progettata ed edificata da Paolo Portoghesi; ed è mons. Vincenzo Paglia che, nel magistero di una sapiente e spirituale pastorale di cultura e arte, chiamò le Accademie di Belle Arti, da Perugia e dall’Aquila e da Roma, a convergere nel Museo Diocesano a Terni in un Convegno di artisti e architetti e cultori di teologia e spiritualità – “Arte Sacra, una geografia nella storia”, 2009 / 2011/ 2012 - in cui tra gli altri numerosi artisti in quel di Terni convenuti intervenne anche Enzo Orti: testimoniando del percorso svolto con padre Tito Amodei e con mons. Carlo Chenis le esperienze delle famose Biennali di San Gabriele. Amelia è stata nella sua storia ed è ancora, “di qua” e “oltre” estremizzando quel suo vedere Orte e Viterbo e Cetona e Cortona; constatando il lascito degli Amerini, Amelia si mostra adagiata e guardinga e disincantata nel suo vedere oltre, come la vollero Ameroe e Germanico e come la vede Plinio a spiegar di Perseo: le Mura concentriche dal Megalitico ci raccontano che Richard Long e Christo sono senza tempo – direbbe Federico Zeri - e son sempre in opera – e poeticamente ritorneranno qui ad Amelia, domani, a nascondere le Mura ed a tracciare i Sentieri del Significato -. Oggi è come celata, Amelia: una “non-Città-Invisibile” quale come rimasto Capitolo Dimenticato dello Scrigno che ci ha regalato a noi tutti Italo Calvino -; nascosta è Amelia in una lateralità che potrebbe essere la sua salvezza. E’ intimamente ancora, la cittadina in borgho di quel di Amelia, divisa tra il suo essere postromana ed insieme da intendersi longobarda e bizantina: divelta dalla Storia ecco che tace ed è muta, come assopita in splendida postura quale da fanciulla preraffaellita dai rossi capelli ritratta a disegno in carboncino da un infatuato Dante Gabriel Rossetti – ed anche con Turner e Corot, ripassiamo dalle Cascate delle Marmore al Ponte di Narni quale infingimento di un articolato di colli e valli quasi come ci si trovasse innanzi ad un autentico pensiero di reale vedere – dagli artisti, ieri, e nostro, oggi - del così detto Paesaggio a mostrarsi di essere un autentico Corpo – e, prima di scompaginare l’eleganza nell’Adelphi recente della Cavina in “Terra senz’ombra”, ci si dovrà industriare a ripetere il rivedere da Einaudi i testi di Enrico Castelnuovo e Carlo Ginzburg e Cesare De Seta e Bruno Toscano: da “Centro e periferia” al “Paesaggio” alla “Geografia artistica” -.

Dai luoghi del paesaggio agli spazi dell’animo, la localizzazione dell’ambiente è la conferma delle proprie intenzioni e aspirazioni che esprimono i tempi delle stagioni a trasfigurarsi le une nelle altre nella quantificazione dei fogli del Calendario a sgranare il macinare dei giorni quali di ogni-Santo-Giorno-che-Dio-ci- manda, in cui l’artista assolve all’impegno della poesia - come da Perugia a Roma ha dimostrato Sandro Penna, e come ha spiegato una volta per tutte Cesare Garboli - dove l’io fragile è la forza del praticare poesia e arte nella condizione di un esserci nella Storia che indica la fenomenologia di una implicita e disincantata “militanza impolitica”. L’idea del paesaggio come “territorio” e dell’arte nel territorio giunge all’intervento ideologicamente militante così come spiegato da Enrico Crispolti in Biennale di Venezia nel 1976 in “Ambiente come sociale” e nel volume “Arti Visive e partecipazione sociale” del 1977: a ricondursi alle esperienze romane di “S.p.A.” e alla decisiva e importantissima “Volterra 73” con il catalogo della fiorentina Centro Di – e in Umbria, almeno, con le storiche e importanti rassegne di Gubbio “sui materiali”, si dovrà affiancare l’intervento felice in Tuoro sul Trasimeno: “Campo del Sole” –.

Militanza dell’arte, ancora ed altresì, quale costituzione di azioni nei linguaggi e nella referenza storica delle Avanguardie che sono state da Maurizio Calvesi viste in un contesto di fratture culturali in quel che ha definito essere “Avanguardia di massa” – da Feltrinelli nel 1978, e si veda nel 2000 alle Scuderie del Quirinale di Maurizio Calvesi e Paul Ginsborg, e Federica Pirani e Lorenzo Canova, la mostra “Novecento. Arte e Storia in Italia”; quindi si riveda di Germano Celant con il suo “Precronistoria”: “Identité italienne” a Parigi nel 1981, e di Achille Bonito Oliva il catalogo della importante “Vitalità del negativo” a Roma nel 1970: ed allora si dovrà risalire alle origini dei dibattito ed inoltrarsi con Maurizio Fagiolo dell’Arco nel “Rapporto 60”-. Tra l’ideologia dell’intervento politico e di azioni linguistico performative, la cultura delle Neaovanguardie ha maturato la consapevolezza storico critica entro cui anche la didattica ha esperito la propria ricerca di identità nella contemporaneità. Tra cui – come in esempio a Monza nell’Istituto d’Arte di Nanni Valentini – a Latina il Liceo Artistico visse non dimenticate esperienze di interventi urbani, di scolaresche informate da Claudio Cintoli, tra i cui studenti del Liceo Artistico a Latina si annovera il giovane Claudio Pieroni: ora qui ad Amelia volto ad inanellare le sue esperienze critico artistiche anche in Accademia di Belle Arti che da Firenze a Torino lo hanno condotto tra Terni e Amelia e Roma a curare la idealità di un progetto dove nuovi giovani e nuove esperienze chiamano in causa i trascorsi storico critici del rinnovato tema dell’intervento artistico in spazi e luoghi dalla memoria ferrea e precaria, dalla esistenza forte e docile, dalla memoria aggressiva e caduca, luoghi e spazi dai suoni intimamente riposti in ricordi struggenti e preghiere riflesse. Il tema dei Sentieri può apparire analogico al tema del Pellegrinaggio, a raccogliere lungo le strade della memoria la possibilità di un veritiero incontro tra profezia e attualità, in un “esodo della parola” dove ristagna e dove si esalta – di uno scrittore assai caro a Sergio Quinzio, André Neher – quel che è stato nominato di essere il “silenzio della parola”. Un luogo è una identità di cella. “Cella” di Convento, di Monastero, di Abbazia. Spazio dove trovare la santità della concentrazione e del dimenticare e del tradurre il rumore in silenzio: come insegna la testimonianza al femminile di questa terra tutta al maschile, da San Francesco di Assisi a Frate Jacopone da Todi; con la forza della povertà e la creatività dello scrivere e del pregare di Chiara ad Assisi e Angela a Foligno – su cui si vedano gli adelphiani scritti per la cura di padre Giovanni Pozzi: alla cui sapienza da filologo e iconologo si deve un importantissimo laboratorio luganese con Mario Botta ed Enzo Cucchi: come proprio a Cefalù ( per unire le geografie del segreto Mediterraneo ) ci conduce la confermata sapienza di filologia e teologia e iconologia di mons. Crispino Valenziano: con Michele Canzoneri e Virginio Ciminaghi e Arnaldo Pomodoro -.

Ed ancora si potrà ben vedere la santità di Giovanna ad Orvieto, Colomba a Rieti e a Terni e poi Rita a Cascia, Margherita a Città di Castello, Chiara a Montefalco, Angelina a Monte di Giove. Per poi giungere infine – ovvero, in inizio di percorso di arte e spiritualità – con Santa Fermina ad Amelia e a Civitavecchia che ha nel Fuoco e nella Cera la simbologia pasquale della Redenzione della Parola fattasi Luce e Calore: e sarà allora a riconfermarsi il ricordo della esperienza artistica e religiosa di mons. Carlo Chenis a dimostrarci, tra Civitavecchia ed Amelia, di quanto l’arte possa essere spazio e luogo e dunque possa definirsi quale “cella, intimità” della nostra consapevolezza storico critica volta a rileggere il quanto Paolo VI impartiva agli artisti convenuti in Cappella Sistina il 7 di Maggio del 1964 – 1964, Biennale di Venezia al Padiglione USA, la “Pop Art” – con la riflessione sul significato della propria “cella”. Spazi e luoghi esistenziali monastici da Tebaide artistica dove la storia e la memoria diventano premesse di un ascolto mistico e contemplativo, religioso di un corpo vivo a trafiggere secoli e promesse di futuro, ancestrali archetipi graffiti e futuristici utopismi dal bagliore di un letterario ed inedito “umanesimo tecnologico” – nel 1968 di Stanley Kubrick, si ripropone “2001, Odissea nello spazio” -.

Nel 1978 il mai dimenticato Harald Szeemann – morto nel 2005 a Tegna di Terre Pedemonte a Locarno, come il Beato Angelico: il 18 di Febbraio – ha raccontato “Monte Verità” aiutandoci ad abitare negli interventi in quel di Ascona – la Ascona della struggente Marianne Werefkin -, tra gli altri interventi numerosi, di Jung e Kerényi alla ricerca della “Gesamtkunstwerk” – mostra del 1983 -; ed ecco che a Gand nel 1986 Jan Hoet – racchiuso nel “Belgio visionario” ( come titola la mostra di Szeemann nel 2005, a seguire la Svizzera e l’Austria dallo steineriano sciamano di Tegna, rivisitate ): a Lovanio nasce nel 1936 e a Gand muore il 27 Febbraio del 2014 - ci ha introdotto nei frammenti di esistenze che ci hanno reso reale il sentimento di solidarietà: “Chambres d’Amis” è stata la manifestazione d’arte dove sembrava che una invisibile Pentecoste realizzava la verità dell’incontro – sul catalogo/libro dell’evento ha scritto Jan Hoet: “Il concetto è così semplice, così ingenuo, da sembrare una provocazione: per tre mesi una cinquantina di abitanti di Gand tengono tutta o parte della loro casa a disposizione di altrettanti artisti. Costoro si propongono come compito di trasformare tali ambienti in qualcosa riconoscibile come arte, entro i limiti loro imposti dai proprietari o dagli inquilini (…) L’idea di creare una simbiosi tra arte e realtà non è certo estranea a Chambres d’Amis” - , come muovendosi, dalla Cattedrale a custodire l’Opus dell’Agnello, la dilatazione in infiniti rivoli di luce dall’apoteosi di Jan Van Eyck, con la pala d’altare da dove partecipiamo della “Adorazione dell’Agnello Mistico”. E nel catalogo della manifestazione svoltasi a Gand descrivendo l’intervento di Hidetoshi Nagasawa, Jan Hoet ha scritto che l’artista: “accoppia il suo interesse per il passato storico alla falsa appartenenza del quotidiano oggi. Da una parte egli si riferisce visivamente alla propria relazione con l’Agnello Mistico dei fratelli Van Eyck, vedi la banderuola quale sottile riferimento alle parole del profeta Ezechiele; d’altra parte egli falsifica l’inautenticità dei materiali usati mettendoli accanto a forme in vero marmo ed oro. Egli mette allo scoperto dunque in modo delicato decorativo la differenza tra vero e falso”; ed ancora Jan Hoet scrive: “Che impressione vedere come Mario Merz prende possesso dello spazio, si appropria della casa come fosse la sua, si accorda un’ora per poi articolare organicamente, nella concentrazione di un momento, una tavola attraverso le tre stanze di soggiorno susseguentesi! Merz era già venuto al Nord prima e da qualche giorno era a Gand per percepire alberi e foglie, la città e le sue facciate, in pace commossa. Senza conoscere Gand né l’Agnello Mistico, né la casa da lui scelta né i suoi abitanti, Nagasawa non sarebbe mai riuscito nel lavoro che ha creato ora per Chambres d’Amis”. Tra l’immaginario archetipo e la mistica dell’icona, la riflessione concettuale dell’immagine perpetua una radicale domanda di cui era partecipe anche Claudio Cintoli a Latina, a cui ha con attenzione guardato Claudio Pieroni; quando Cintoli realizza una cosmologica rivisitazione della “Creazione” nella “Genesi” di Michelangelo in Cappella Sistina, con l’opera “Manciata di stelle” dal forte valore architettonico concettuale, di grande impatto emotivo e di meditazione poetica, l’artista di “Aceldama” porta seco la rilkiana domanda di terribilità che alcun Angiolo in Bellezza – nella “Vita di Maria” come dalle “Elegie” – potrà mai sciogliere. Artista culturalmente della solitudine e del rigore – su cui accumuli di scorciatoie lo additano all’eclettismo -, Claudio Cintoli fu amico di Piero Dorazio a New York, e in quel della sua Canonica di Todi ne ricordava e parlava agli amici. E da Amelia si possono con gli sguardi attraversare i muri dei colli Martani e giungere da Acquasparta oltre e vicino Todi, in quel di Canonica dove nel convento camaldolese in aula di già liturgica della chiesuola, l’artista di “Forma 1” viveva e lavorava in Atelier: raccontando di una Roma oggi che rivive soltanto nel ricordare dei Testimoni. Il nonno di Claudio Cintoli era Biagio Biagetti, il quale fu l’ultimo artista a poter decorare due Cappelle nel Santuario mariano di Loreto e l’ultimo a metter di proprie mano in lavoro di restauro agli affreschi sistini di Michelangelo. Tra Roma e Loreto e Assisi come in un afflato sovviene il ricordo del Papa Santo Giovanni XXIII - Pier Paolo Pasolini da Don Giovanni Rossi ad Assisi in Pro Civitate Christiana: “Il Vangelo di San Matteo” – e dunque ritorna viva la epica Profezia della apertura del Concilio Vaticano II - a cui tra agosto e novembre del 2014 si è dedicata una mostra in Galleria d’Arte Contemporanea della Pro Civitate Christiana in Assisi, nell’ambito del 72° Corso di Studi Cristiani, e si è potuta vedere la mostra “Il Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII. Arte e Testimonianza in Assisi” di arte e di documentazione e tra i numerosi artisti, con opere e documenti, si son viste le opere di Manzù e Aurelio De Felice, Floriano Bodini, Mario Botta e Giuliano Giuliani, Leonardo Caboni e Claudio Carli, Armanda Negri, Vito Cotugno, Stefano Di Stasio, Bruno Mangiaterra. Con Biagetti e Cintoli e Dorazio -.

Altresì si può riandare nel tracciare sentieri di incamminamenti quali pellegrini alla ricerca di un significato di verità della bellezza, a coloro che nei secoli di tempi intrecciati alla continuità della notte dei tempi, raccontano le loro storie al fuoco di secche sterpaglie; e anche ad Amelia si riflette un lascito di profezie e di ascolti dove le immagini si costituiscono anche quali claudicanti preghiere negli intrecci e nelle distinzioni tra il laico vedere degli archetipi e le religiose visioni, a conferma di una condizione di spiritualità che è lo statuto di una argomentata ed esistenziale “necessità”. Statuti di necessità che sono dagli artisti argomentati come proprio indicano le ricerche e le opere di Claudio Pieroni rivolte alle profondità delle affabulazioni oniriche dentro uno sguardo etico del fare arte che conducono l’artista ad una resa performativa del suo dipingere, del suo concettuale “rappresentare” fino ai bordi di un “agire” che si riscontra nei registri delle culture del Concettualismo della Neoavanguardia. Così si conferma il riscontrare un insieme di aspettative - in questo Marzo di questo 2018 - nella eccellenza della mostra “Museum of Obsessions” a Los Angeles, che si perpetua fino al 6 di Maggio, al Getty Research Institute, in acquisizione del famoso enorme archivio di Harald Szeemann , per la cura in archivio di Pietro Rigolo - a cui si deve il bel volume “Harald Szeemann. Immergersi nel luogo prescelto” della Doppiozero nel 2014, con la Prefazione di Stefano Chiodi ( tra i curatori dell’ “Incontro Harald Szeemann” del 2011 per L’Istituto Svizzero e la Fondazione Querini Stampalia: ai quali l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila dovrebbe far dono del volume “Accademia 05. Un Album di Esercizi”, ed altresì bisognerebbe a loro far dono della Morlacchi Editore a Perugia del volume “Un Libro delle Immagini” ) – , chiamato il suo laboratorio “La Fabbrica in Rosa ”, nella località della Maggia di Locarno. Alle origini dell’argomento riposa di Harald Szeemann “Live in your Head. When Attitudes Become Form” che in quel 1969 a Berna nella Kunsthalle piantò un “albero della libertà” le cui ramificazioni son fatte proprie, tra Amalfi e Venezia, fin dentro la nostra attualità – di Germano Celant è l’omaggio in Fondazione Prada a Venezia, in Ca’ Corner della Regina “Bern 1969 / Venice 2013”, dove la concomitanza della “stagione” di Berna in Kunsthalle e di Amalfi negli Arsenali della Antica Repubblica, viene a sublimare la cultura della Neoavanguardia nella riabilitazione della sequenza originale a Berna che diventa in pieno “Settecento veneziano” il ripensare l’installazione artistica quale tautologico allestimento museale: si veda “Domus” del 31 maggio 2013 -. Altresì lunedì 5 di questo Marzo ancora di questo 2018, Fabio Sargentini con Elsa Agalbato e centinaia di artisti e amici hanno riempito il Salone della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea a Roma – a cui Fabio Sargentini lascia il suo importante e sontuoso Archivio - con la performance “Art will never die” conclude la mostra-istallazione “Scorribanda” per i sessant’anni de “L’Attico” – tra le centinaia di artisti e cultori i numerosi: Claudio Palmieri, Enrico Luzzi, Stefano Di Stasio e Paola Gandolfi, Vincenzo Sanfilippo e Luisa Sanfilippo - e con Mafai del 1938 e due Stradone del 1940 e 1942, tre struggenti opere rendono un poetico omaggio al padre, a Bruno Sargentini: “Tre fiori per Bruno”: con cui Fabio Sargentini ristabilisce il ricordare il canone della cittadina umbra con il “Premio Spoleto” e di Arcangeli e del “Festival dei Due Mondi” in quel di Roma tra Piazza di Spagna e via del Babuino: con in mostra, ora qui in Galleria Nazionale per la sua performativa “Scorribanda”, anche con una bellissima opera dello spoletino Piero Raspi. Arte quindi in opera e performance qui in citazione di Szeemann e costì in Fabio Sargentini: artista Fabio Sargentini tra gli artisti, tra la Pittura di Mafai e la Neoavanguardia di Pascali e Kounellis e la Performance proprio di Fabio Sargentini; così da indicare il sapiente e poetico coniugare la cultura dell’istallazione nella valenza esistenziale dell’intervento espositivo in uno spazio localizzato. Felicemente ispirato Massimiliano Gioni al Palazzo Reale di Milano, nel 2015, ha ripensato in una sua propria inedita performativa esposizione “La Grande Madre” un antico sogno di Szeemann – “La Mamma” -, come ha documentato e spiegato Pietro Rigolo, al quale si deve una assisiana conferma su Szeemann, citando una ancora mostra da Szeemann pensata, e nel catalogo “La grande Madre” di Massimiliano Gioni scrive Pietro Rigolo del Santo di Assisi: “L’esposizione dedicata al Sole – altro progetto non realizzato il cui riferimento principale sembra essere stato Francesco d’Assisi – avrebbe rappresentato una sintesi fra le due opposte direzioni del celibe e della madre ( … )” -.

Un investimento teosofico del San Francesco di Assisi interpretato da Hermann Hesse – e riletto nelle spoglie di un eremita in quel di Ascona – che Harald Szeemann riletto da Pietro Rigolo ci conduce vicinissimo in Umbria: in memoria della sua documentata – da Lucrezia De Domizio Durini – in quel di Bolognano: con la Piazza felicemente dedicata a Beuys nel ricordo di Szeemann, vedendo il filmato nel volume importante della Lucrezia De Domizio Durini “ Harald Szeemann. Il Pensatore Selvaggio”-. Ad Amelia in questo 2018 Claudio Pieroni rivive la cultura di quella Neoavanguardia e ci squaderna cantine e case, chiese e negozi, soffitte e cortili e quanto altro in edifici e luoghi di urbanizzazione e di raccoglimento della vita esistenziale; ed è stato così, con ancora Jan Hoet, al Museo Van Hedendaagse Kunst a Gand dove in un fatidico “Hommage aan Vincent” Jan Hoet propose nel 1989 – dopo e dentro il fare del pensiero di “Chambres d’Amis”: e nel procinto di curare “Documenta IX” a Kassel – “OpenMind”, a cui concorsero anche Gabriella Lonardi, Pier Luigi Tazzi, Daniele Pieroni e Bruno Corà il quale, in catalogo dell’editore Fabbri di Milano, scrisse della Accademia di Belle Arti di Perugia dove è stato Docente – e con la sua rivista “AEIUO”, del 1983, si legga il dialogo tra Szeemann e la Alessandra Lukinovich: ripubblicato nel volume della importante testimone Lucrezia De Domizio Durini nel citato suo: “Harald Szeemann. Il Pensatore Selvaggio” edito dalla SilvanaEditoriale - per riflettere sulla Istituzione e l’Arte nella nostra Cultura Contemporanea e ricordare – tra le numerose realtà segnalate nel suo saggio - le Accademie di Vedova a Venezia e di Beuys a Dusseldorf, e di Pascali e Kounellis a Roma, in una riflessione che in un antico-nuovo atteggiamento di apertura alle verità delle culture può favorire – come Claudio Pieroni testimonia nel suo lavorare da artista quale Docente in Accademia di Belle Arti, a Roma - la realtà e la libertà dell’essere artista, come scrive Bruno Corà: “predisponendo l’Accademia a luogo di incontro per la riflessione integrale sulla cultura del lavoro artistico”. Lavoro dell’arte e del pensiero dell’arte che tra filosofia e letteratura ci conduce al coordinamento dell’intervento culturale, così come con la capace elaborazione dei temi della cultura nel confronto delle discipline e delle profondità dei linguaggi dell’arte, si viene a documentare con gli Incontri e le Referenze della “AmeliaCiclopica” con la Presidenza di Giacomo Petrarca, che in Amelia hanno realizzato un felicemente autentico spazio della Letteratura e della Filosofia con “Giganti in Collina”. In Amelia l’Istituzione del Museo Archeologico e della Pinacoteca e l’ipogeo Amerino e le Cisterne, e dunque il Teatro e il monumentale Organo, e la presenza di Pier Matteo d’Amelia e del Livio Agresti: sono realtà di memorie dei documenti a rivivere nell’opera della nostra contemporaneità il loro ancora coinvolgerci entrando noi nelle stratificate memorie che vengono poste – ora e qui, dagli artisti - nel tentativo di prodursi in resa di sensibile attualità e in elaborazione di conoscenze; in un vedere dalla rocca di Amelia nella forma del Mondo e l’Umbria e l’Italia e l’Europa. Tra Santa Fermina e San Clemente martire – Amelia e Sambucetole – il luogo di una spiritualità santa può anche tradursi e diventare spazio di pensieri e poesie, di arte che chiama arte per poter vedere la profezia. Il dato linguistico critico culturale delle poetiche artistiche, per il tramite del tematizzare e del lavorare e del ricercare artistico di Claudio Pieroni – e degli artisti ad Amelia convenuti in sapiente Convivio - può confermare anche in Amelia la prospettiva di un disegnare il significato dell’incontro tra artista e luogo quale sintesi di un vissuto che tenti di riparlare ancora delle verità dell’arte nella sincerità dell’interrogazione sul senso e non senso del pellegrinare di cui siamo consapevoli o inconsapevoli protagonisti, quasi come i viandanti di una riproposta bunueliana “Via Lattea”.

 

 

Mariano Apa                                                                                           

 Fossato di Vico / Assisi, marzo 2018.  

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Grafica: Chen Kaimin, ZHong Xinjun, Yang Zhengjun

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